Più di un trilione e mezzo di euro giace nei conti correnti italiani. Verrebbe da domandarsi se siamo tutti stupidi.
Secondo molti commentatori non è ragionevole investire in questo modo i propri risparmi: la remunerazione è troppo bassa e il denaro depositato è improduttivo. Vero. Ecco allora la ricetta: tassare i soprapprofitti delle banche e spingere il risparmio verso il mercato.
Innanzitutto, non si può tralasciare il piccolo particolare che tassare una produzione di reddito percepito prima della creazione di una nuova imposta avrebbe carattere retroattivo e, come tale, è vietata dallo Statuto del contribuente. Quindi, a stretto rigore giuridico, potrebbe essere applicabile solo ai redditi prodotti dal 2027 in avanti. Non vi è dubbio, tuttavia, che le banche abbiano goduto di un periodo di straordinari guadagni, ai quali i depositanti hanno partecipato in maniera irrisoria. In realtà, sono sempre esistiti strumenti di moral suasion, utilizzati da governi e da autorità nazionali ed internazionali di controllo del mercato bancario, per “consigliare benevolmente” anche i banchieri più riottosi a stringere la forbice tra tassi attivi e passivi, quando vedevano che si allargava troppo.
D’altra parte, se è esigenza da tutti riconosciuta rendere il sistema bancario europeo più solido e competitivo a livello globale, è indispensabile che le banche possano disporre di quote di capitale aggiuntivo per realizzare le acquisizioni necessarie.
In ogni caso, non si può trascurare il fatto che l’imposta si trasla sempre, per ogni tipo di prodotto, sull’utilizzatore finale. Con la immancabile conseguenza che, quando si pensa di colpire un soggetto, in realtà si percuotono i suoi clienti.
Bisognerebbe poi anche tener conto del fatto che il denaro depositato in banca serve a finanziare i prestiti. Spostare il risparmio verso investimenti “di mercato”, che per definizione dovrebbero essere quelli davvero destinati alla crescita delle imprese, costituisce un obiettivo condivisibile, ma comporta qualche controindicazione. In primo luogo, occorre individuare con chiarezza in quale mercato ci si muova e, in secondo luogo, valutare se i prodotti disponibili siano efficaci.
In una realtà come la nostra, abituata da secoli ad avere un approccio bancocentrico per il finanziamento delle imprese, è impensabile che si possa passare da un giorno all’altro ad un sistema di mercato. Occorrerebbe spiegare bene ai risparmiatori che da domani si dovranno trasformare in investitori, e conseguentemente accettare un più elevato livello di rischio per la conservazione dei loro denari.
Se poi guardiamo ai prodotti effettivamente disponibili, possiamo scegliere tra titoli quotati in Borsa, fondi di investimento e altri prodotti privi di una quotazione ufficiale.
Dopo la grande crisi dell’inizio secolo, la Borsa ha scacciato i “cassettisti”, cioè quegli investitori che affidavano i loro risparmi a lungo termine alle grandi imprese nazionali, per privilegiare i “mosconi”, investitori, prevalentemente a carattere professionale, che non hanno altro obiettivo se non lucrare, giorno per giorno, le variazioni anche occasionali dei prezzi.
I fondi di investimento rappresentano uno strumento prezioso per gli investitori al dettaglio. Senza necessità di essere un esperto in materia, ci si può affidare ad una istituzione finanziaria che investe per conto nostro. E in effetti questo settore ha attualmente un notevole appeal presso i nostri risparmiatori. Tuttavia, non si possono sottacere almeno due problemi.
Per dotare di adeguati capitali le piccole e medie imprese, prevalentemente non quotate, che rappresentano la struttura portante della nostra economia, sta oggi ricorrendo sempre più all’utilizzo di fondi e fondi di fondi. Si tratta di strumenti, anche di natura pubblica, con cui fornire capitali di rischio alle imprese. Il sistema attualmente utilizzato da noi si basa su valutazioni di carattere soggettivo ed i rischi di questo modo di operare sono facilmente comprensibili. Per ovviarvi, sarebbe necessario costruire, come avviene ad esempio in Gran Bretagna, un indice relativo alla capitalizzazione di ogni impresa meritevole di finanziamento, in modo da disporre di un criterio oggettivo legato alle performance reali del titolo che si va ad includere nel fondo stesso. Così facendo, si potrebbero limitare i rischi per i sottoscrittori e contemporaneamente sostenere le imprese che lo meritano veramente.
Quanto ai fondi in generale, occorre purtroppo tener presente che le commissioni pagate dai sottoscrittori sono generalmente troppo alte. Con la conseguenza che, quando il mercato va bene, il guadagno dell’investitore è spesso molto inferiore al rendimento del mercato e, quando va male, bisogna continuare a pagare anche se il titolo perde e il proprio capitale si riduce. Tutto questo perché in molti casi, anziché fare l’interesse del risparmiatore, come vorrebbe la legge, si preferisce piazzare i titoli che offrono le commissioni più elevate.
Guardando infine agli altri strumenti di risparmio, beni-rifugio e criptovalute interessano solo chi è molto ricco o chi ama il rischio. Certo, ci sono sempre i titoli di Stato, che però servono a finanziare la spesa pubblica.
Resta il mattone, che tradizionalmente costituisce un fattore di crescita del prodotto interno. Tuttavia, nel momento in cui si ha ragione di temere che qualche forza politica, dopo le elezioni, possa attuare una rivalutazione delle rendite catastali o qualche forma di patrimoniale, l’investimento perde la sua naturale attrattiva.
Gli italiani sono per natura risparmiatori che, come ci ricordava Luigi Einaudi, hanno cuore di coniglio, gambe di lepre e memoria di elefante. Non vogliono mettere a rischio i risparmi di una vita. Per questo oggi lasciano i soldi in banca, perché tutto il resto potrebbe essere peggio.
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