La Banca centrale europea torna ad alzare i tassi d’interesse. Il Consiglio direttivo ha deciso un aumento di 25 punti base, portando il tasso sui depositi dal 2,25% al 2,50%. È il secondo rialzo del 2026 e segna un nuovo cambio di passo nella politica monetaria europea.
Salgono contemporaneamente anche gli altri due tassi ufficiali: quello sulle operazioni di rifinanziamento principali arriva al 2,65%, mentre quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale sale al 2,90%. Le nuove aliquote entreranno in vigore il 16 settembre.
La ragione principale della stretta è il ritorno dell’inflazione, alimentato soprattutto dall’impennata dei prezzi dell’energia conseguente alla crisi in Medio Oriente.
La BCE teme che quello che oggi è prevalentemente uno shock legato a petrolio e gas possa progressivamente trasferirsi sul resto dell’economia, facendo aumentare prezzi, salari e aspettative di inflazione.
La risposta è innanzitutto nei numeri.
L’inflazione nell’Eurozona ha ormai superato il 3%, allontanandosi nuovamente dall’obiettivo del 2% perseguito dalla Banca centrale europea. Il dato di agosto è arrivato al 3,3%, mentre il forte aumento delle quotazioni energetiche delle ultime settimane rischia di esercitare ulteriori pressioni sui prezzi nei prossimi mesi.
La BCE ha quindi scelto di intervenire prima che lo shock energetico possa radicarsi nell’economia.
Nel comunicato che accompagna la decisione, Francoforte afferma che il conflitto in Medio Oriente continua a generare pressioni inflazionistiche e prevede che l’inflazione rimanga ben al di sopra dell’obiettivo per un periodo prolungato.
È questo il cuore della decisione.
La BCE non può aumentare la quantità di petrolio o di gas disponibile sul mercato e un rialzo dei tassi non farà direttamente diminuire il prezzo del barile. Può però cercare di evitare che l’aumento dell’energia produca una seconda ondata inflazionistica nel resto dell’economia.
Il principale problema arriva dall’energia.
Le tensioni in Medio Oriente hanno riportato il petrolio su livelli che l’Europa non vedeva da tempo. Il Brent ha superato i 100 dollari al barile, mentre il gas europeo ha registrato una nuova impennata, tornando sui massimi degli ultimi anni.
Per l’Eurozona si tratta di un problema particolarmente delicato perché gran parte dell’energia viene importata.
Quando petrolio e gas aumentano, il primo effetto si vede sui carburanti e sulle bollette. Successivamente, però, il rincaro può trasferirsi sui costi di trasporto, sulla produzione industriale, sull’agricoltura e sui servizi.
Le imprese che spendono di più per produrre o trasportare le merci possono aumentare i prezzi finali. I lavoratori, vedendo diminuire il proprio potere d’acquisto, possono chiedere aumenti salariali più elevati.
È proprio questa trasmissione dello shock energetico al resto dell’economia che la BCE vuole impedire.
Christine Lagarde ha indicato chiaramente il problema: secondo la presidente della BCE, le pressioni inflazionistiche generate dal conflitto in Medio Oriente sono destinate a durare e l’inflazione potrebbe rimanere sopra l’obiettivo per un periodo più lungo di quanto previsto in precedenza.
Le nuove stime della BCE fotografano il deterioramento dello scenario.
Francoforte prevede ora un’inflazione media del 3% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,1% nel 2028. Il ritorno pieno verso l’obiettivo del 2%, quindi, si allontana.
È soprattutto la previsione per il 2027 ad essere stata rivista al rialzo.
La BCE teme inoltre che le nuove proiezioni possano non riflettere completamente gli ultimissimi aumenti dell’energia, perché una parte dei dati utilizzati per elaborarle è stata raccolta prima delle più recenti fiammate di petrolio e gas.
Il meccanismo utilizzato dalla BCE è relativamente semplice.
Quando i tassi salgono, prendere denaro in prestito diventa più costoso.
Aumentano progressivamente i costi di mutui e finanziamenti, le imprese trovano meno conveniente indebitarsi per effettuare nuovi investimenti e le famiglie tendono a contenere una parte dei consumi.
Contemporaneamente risparmiare diventa più conveniente, perché depositi e altri strumenti finanziari possono offrire rendimenti maggiori.
Il risultato ricercato dalla banca centrale è una riduzione della domanda complessiva. Se famiglie e imprese spendono meno, diventa più difficile per le aziende continuare ad aumentare i prezzi.
La BCE cerca quindi di raffreddare l’economia quanto basta per frenare l’inflazione, senza provocare una recessione.
La situazione attuale presenta però una difficoltà.
La stessa BCE ha riconosciuto che l’aumento dell’inflazione energetica del 2026 è stato determinato in misura predominante da problemi sul lato dell’offerta e non da un eccesso di domanda.
Secondo un’analisi pubblicata dalla Banca centrale, circa il 90% dell’aumento dell’inflazione energetica tra gennaio e maggio 2026 è riconducibile a shock negativi sull’offerta di energia.
Significa che i prezzi non stanno aumentando principalmente perché gli europei consumano troppo, ma perché petrolio e gas sono diventati più costosi e più difficili da reperire.
Ed è qui che nasce il dilemma della BCE: alzare i tassi non può risolvere la crisi energetica, ma lasciare correre l’inflazione potrebbe essere ancora più rischioso.
C’è inoltre un elemento che ha reso più semplice per Francoforte decidere il rialzo: l’economia dell’Eurozona sta resistendo meglio di quanto si temesse.
La BCE ha addirittura rivisto leggermente al rialzo le proprie stime sulla crescita.
Il Pil dell’area euro dovrebbe aumentare dello 0,9% nel 2026, dell’1,4% nel 2027 e dell’1,5% nel 2028.
Lagarde ha sottolineato che nel secondo trimestre la crescita è stata diffusa tra Paesi e settori e che questa dinamica sembra essere proseguita anche nel terzo trimestre.
Per la BCE significa avere un margine maggiore per combattere l’inflazione.
Se l’economia fosse già in forte recessione, aumentare i tassi sarebbe molto più rischioso. Con una crescita che per ora continua a tenere, Francoforte può permettersi una politica monetaria più restrittiva.
Il rialzo dei tassi interessa direttamente anche milioni di famiglie.
L’effetto più immediato riguarda soprattutto i mutui a tasso variabile, generalmente collegati all’Euribor.
L’Euribor aveva però già anticipato la decisione della BCE: quello a tre mesi ha superato il 2,7%, circa 30 punti base in più rispetto all’inizio di giugno. Di conseguenza, una parte dell’aumento dei costi è già stata incorporata nelle rate.
Chi ha un mutuo a tasso fisso già sottoscritto, invece, non subisce modifiche della rata.
Per i nuovi mutui il discorso è diverso: banche e intermediari adeguano progressivamente le condizioni offerte alla clientela alle nuove aspettative sui tassi e ai rendimenti dei mercati obbligazionari.
La stretta non riguarda soltanto la casa.
Un periodo prolungato di tassi più elevati tende a rendere più costosi anche prestiti personali, credito al consumo e finanziamenti alle imprese.
Per le aziende significa affrontare costi maggiori per finanziare investimenti, acquistare macchinari o sostenere nuovi progetti.
Ed è proprio questo uno dei rischi della decisione.
La BCE deve combattere un’inflazione generata in buona parte dall’energia senza comprimere eccessivamente gli investimenti e la crescita.
La situazione si capovolge per i risparmiatori.
Tassi ufficiali più elevati possono tradursi in una maggiore remunerazione di depositi, conti remunerati e obbligazioni, anche se la trasmissione delle decisioni della BCE ai prodotti bancari non è automatica né uniforme.
La politica monetaria restrittiva produce quindi due effetti opposti: penalizza chi deve prendere denaro in prestito e può favorire chi dispone di liquidità da investire.
È questa adesso la domanda principale.
La BCE non ha annunciato un percorso prestabilito di ulteriori rialzi. Lagarde ha ribadito che le prossime decisioni saranno prese sulla base dei dati disponibili e dell’evoluzione delle prospettive sull’inflazione.
I mercati, però, hanno aumentato le scommesse su nuove strette monetarie.
Dopo la riunione, gli investitori hanno iniziato a prezzare più di tre ulteriori rialzi nell’arco dei successivi dodici mesi, mentre alcuni economisti ritengono possibile un altro aumento già entro la fine del 2026.
Molto dipenderà dal Medio Oriente e soprattutto dall’energia.
Se petrolio e gas dovessero rimanere sugli attuali livelli o aumentare ulteriormente, la BCE potrebbe essere costretta a intervenire ancora.
Se invece le tensioni geopolitiche diminuissero e i prezzi energetici scendessero rapidamente, Francoforte avrebbe più spazio per fermarsi.
La decisione di portare il tasso sui depositi al 2,5% rappresenta quindi una sorta di assicurazione contro il rischio che il nuovo shock energetico si trasformi in inflazione permanente.
La BCE non può controllare il prezzo del petrolio, risolvere la crisi in Medio Oriente o aumentare le forniture di gas. Può però cercare di evitare che quei rincari si trasferiscano stabilmente a tutto il sistema dei prezzi.
Il rischio è che la cura abbia un costo: mutui e finanziamenti più cari, meno investimenti e una possibile frenata dell’economia.
Per ora Francoforte ritiene che sia un prezzo necessario. L’inflazione è tornata nettamente sopra l’obiettivo del 2%, l’energia continua a rappresentare una minaccia e l’economia europea sta dimostrando una resistenza superiore alle attese.
Il messaggio della BCE è dunque chiaro: prima impedire che l’inflazione torni a radicarsi, poi eventualmente tornare ad allentare la politica monetaria. Ma se la crisi energetica continuerà, il 2,5% potrebbe non essere il punto di arrivo.
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