I contributi volontari INPS sono, in sostanza, uno strumento con cui si comprano anni di pensione che altrimenti andrebbero persi. Ogni periodo senza contratto, ogni mese in aspettativa non retribuita, ogni anno trascorso con un part time che accumula la metà delle settimane necessarie: in un sistema in cui ogni versamento si trasforma in rendita futura, restare fermi ha un prezzo, e lo si paga al momento di accedere alla pensione. I contributi volontari esistono per non pagarlo.
A differenza della contribuzione figurativa – quella riconosciuta gratuitamente per malattia, disoccupazione o maternità – farsi carico del versamento volontario ha un costo, che varia di anno in anno perché legato alla rivalutazione: il meccanismo con cui si adeguano all’inflazione gli importi di pensioni, minimali e massimali contributivi. In un’epoca di carriere frammentate e pensioni sempre più incerte, la riflessione su questo strumento finisce spesso per intrecciarsi con quella sulla pensione integrativa: due percorsi diversi, ma che insieme costruiscono la tenuta previdenziale di chi non può contare su una carriera lineare.
Con la circolare INPS n. 27 dell’11 marzo 2026, l’Istituto ha aggiornato tutti i valori di riferimento per l’anno in corso, applicando la rivalutazione ISTAT del +1,4% registrata nel 2025. Cambiano minimali, massimali e classi di reddito per ogni gestione. Di seguito, tutto ciò che occorre sapere per valutare se (e quanto) conviene.
Quando si possono richiedere i contributi volontari INPS?
L’accesso è riservato a chi ha interrotto o ridotto l’attività lavorativa. Tre sono i casi tipici in cui questo strumento diventa chiave: chi non esercita alcuna attività, chi si trova in aspettativa non retribuita per motivi familiari o di studio, e chi lavora con un contratto part time che per sua natura produce meno settimane contributive del necessario.
Ci sono però eccezioni che consentono la prosecuzione volontaria anche senza interruzione formale del rapporto di lavoro: sospensioni assimilate a un’interruzione (come l’aspettativa per motivi di famiglia), congedi non retribuiti per gravi motivi, periodi di sciopero e lavoro nel settore agricolo con meno di 270 giornate contributive nell’anno.
Un dettaglio che vale la pena sottolineare: l’autorizzazione INPS, una volta ottenuta, non decade mai. Si può interrompere la contribuzione e riprenderla in qualunque momento senza presentare una nuova domanda.
I 2 requisiti per sbloccare l’autorizzazione
Non basta voler versare: serve un’autorizzazione formale da parte dell’INPS. L’Istituto richiede che la base contributiva di partenza sia composta da contribuzione effettiva – lavoro retribuito – e non solo figurativa (malattia, disoccupazione). Per ottenerla è sufficiente soddisfare uno di questi due requisiti alternativi:
- 5 anni di contributi totali (260 settimane) accumulati in qualunque momento della carriera;
- 3 anni di contributi versati esclusivamente negli ultimi 5 anni prima della domanda.
Per verificare la propria posizione basta scaricare il Fascicolo Previdenziale del Cittadino dal portale INPS, accessibile con SPID, CIE o CNS. Non servono intermediari per questa prima verifica.
Quanto costa un anno di contributi volontari nel 2026?
Il costo non è uniforme: dipende dalla gestione previdenziale di appartenenza, dall’ultima retribuzione o reddito dichiarato, dai valori aggiornati annualmente in base all’inflazione e – per i lavoratori dipendenti – dalla data in cui è arrivata l’autorizzazione INPS. La regola di calcolo rapido è applicare la propria aliquota all’ultimo reddito lordo, ma le cifre cambiano in modo significativo a seconda della categoria.
Lavoratori dipendenti non agricoli: l’aliquota IVS dipende dalla decorrenza dell’autorizzazione. Per chi è stato autorizzato dopo il 31 dicembre 1995 è confermata al 33%; per chi lo è stato entro quella data resta ferma al 27,87%. Il calcolo è settimanale, sulla base delle ultime 52 settimane di attività. Nel 2026 la retribuzione minima settimanale di riferimento sale a 244,74 euro, la prima fascia di retribuzione annua oltre la quale scatta l’aliquota aggiuntiva dell’1% è pari a 56.224 euro, e il massimale contributivo per i prosecutori nel sistema contributivo arriva a 122.295 euro. Su uno stipendio lordo annuo di 30.000 euro, coprire un anno intero costa circa 9.900 euro lordi (aliquota al 33%) – prima dell’effetto della deduzione fiscale.
Lo stesso schema, con aliquote differenti, vale per le altre categorie di dipendenti, secondo la tabella pubblicata dall’INPS:
| Lavoratori dipendenti | Autorizzati entro il 31 dicembre 1995 | Autorizzati dopo il 31 dicembre 1995 |
|---|---|---|
| Non agricoli | 27,87% | 33,00% |
| Iscritti evidenza contabile separata FPLD, Ferrovie dello Stato, giornalisti | 33,00% | 33,00% |
| Iscritti Fondo speciale ex IPOST | 32,65% | 32,65% |
Artigiani e commercianti: qui non si applica la retribuzione effettiva ma il reddito medio delle otto classi previste dalla legge n. 233/1990, con la classe assegnata in base alla media dei redditi degli ultimi 36 mesi. Le aliquote 2026, confermate dalla circolare INPS n. 14 del 9 febbraio 2026, restano al 24% per gli artigiani e al 24,48% per i commercianti (quest’ultima comprensiva dello 0,48% aggiuntivo per l’indennizzo da cessazione dell’attività commerciale). Per gli artigiani la contribuzione mensile parte da 376,16 euro nella prima classe di reddito; per i commercianti gli importi sono di poco superiori per effetto dell’aliquota più alta.
Gestione Separata: per professionisti senza cassa, collaboratori e lavoratori autonomi occasionali, il calcolo si basa sulla media dei compensi percepiti nell’anno precedente la domanda. Il minimale per l’accredito contributivo nel 2026 è di 18.808 euro annui, e al di sotto di tale soglia l’accredito avviene in misura proporzionale. Gli importi minimi risultanti sono 391,84 euro al mese (4.702,08 euro l’anno) per i professionisti titolari di partita IVA privi di altra tutela previdenziale, con aliquota IVS al 25%; e 517,22 euro al mese (6.206,64 euro l’anno) per i collaboratori e le figure assimilate, con aliquota al 33%.
Una precisazione che fa differenza: i contributi volontari non danno diritto alle prestazioni temporanee come malattia, maternità, NASpI o assegni familiari. Servono esclusivamente a maturare o incrementare il diritto a trattamenti previdenziali diretti (pensione di vecchiaia, pensione anticipata, assegno ordinario di invalidità) e indiretti.
Recuperare il 23-43% della spesa: la deducibilità fiscale nel 2026
Il costo lordo non è quello reale. I contributi volontari INPS sono integralmente deducibili dal reddito complessivo, senza limiti di importo, ai sensi dell’art. 10 del TUIR: una condizione più favorevole rispetto ai fondi pensione, che nel 2026 hanno visto salire il tetto di deducibilità da 5.164,57 a 5.300 euro annui per effetto della Legge di Bilancio 2026. La deduzione abbassa il reddito imponibile prima del calcolo delle imposte, con un risparmio che dipende dallo scaglione IRPEF di appartenenza.
La Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) ha reso strutturale la struttura dell’IRPEF a tre scaglioni, riducendo dal 35% al 33% l’aliquota del secondo scaglione a partire dal 1° gennaio: il 23% sul reddito fino a 28.000 euro, il 33% da 28.001 a 50.000 euro e il 43% oltre 50.000 euro.
Su 9.900 euro di contributi versati, chi appartiene al secondo scaglione recupera 3.267 euro di IRPEF (33%); chi supera 50.000 euro di reddito ne recupera 4.257 euro (43%). Per usufruire del beneficio è sufficiente conservare le ricevute PagoPA dei bollettini saldati e inserirle in dichiarazione dei redditi, nel rigo dedicato agli oneri deducibili, tramite CAF o commercialista.
Guida pratica alla domanda INPS
La richiesta di autorizzazione è interamente digitale e si gestisce dal portale INPS senza bisogno di recarsi allo sportello. La procedura prevede: accesso con SPID, CIE o CNS all’area riservata, selezione del servizio Versamenti Volontari, inserimento dei dati personali, invio formale della richiesta e download del bollettino PagoPA dal Portale dei Pagamenti.
Una volta ottenuta l’autorizzazione, il rispetto delle scadenze trimestrali diventa vincolante: non esistono proroghe né recuperi successivi. Saltare una scadenza significa perdere definitivamente la validità del versamento per quel periodo.
Riscatto laurea o contributi volontari? Dipende da cosa manca
La differenza principale tra le due opzioni riguarda il periodo coperto. I contributi volontari colmano i buchi contributivi dal momento dell’autorizzazione in poi – periodi futuri e buchi recenti. Il riscatto di laurea recupera invece gli anni di studio universitario, che appartengono al passato. Entrambi alimentano il montante contributivo INPS e godono della stessa deducibilità fiscale totale.
Una variabile concreta da non ignorare nel 2026: con lo stop a Opzione Donna e lo stop a Quota 103 – nessuna delle due misure è stata prorogata dalla Legge di Bilancio 2026 – i requisiti per la pensione anticipata ordinaria restano a 42 anni e 10 mesi di contribuzione per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, indipendentemente dall’età. A questi va aggiunta la finestra mobile di 3 mesi tra la maturazione del requisito e la decorrenza effettiva dell’assegno (sei mesi per i dipendenti pubblici). E attenzione al calendario: dal 1° gennaio 2027 riprende l’adeguamento alla speranza di vita, con un mese in più di contributi richiesti. Per chi è a pochi mesi da quella soglia, i contributi volontari possono essere la leva più rapida – e fiscalmente più efficiente – per chiudere il cerchio senza prolungare il lavoro forzatamente.
Piano d’azione per ottimizzare la posizione previdenziale
Il primo passo è sempre uno: scaricare il Fascicolo Previdenziale del Cittadino dal portale INPS per avere il quadro esatto dei periodi scoperti e delle settimane mancanti. Il secondo è usare il simulatore pensionistico INPS per tradurre i versamenti ipotizzati in un impatto concreto sull’assegno futuro. Solo allora – con il costo lordo ridotto dall’effetto fiscale – la convenienza reale dei contributi volontari smette di essere un’ipotesi e diventa un numero.
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